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lunedì 20 febbraio 2012

Non la prossima, quella dopo...

È una fermata che viene identificata così per essere meglio compresa. Se dicessimo: "tra due fermate", potrebbe essere equivocato,  come anche: "la seconda", perché magari in quel momento una fermata sta per essere effettuata e si innescherebbe un po' di confusione. Invece: "non la prossima (o questa), quella dopo" diventa  più comprensibile.
In quanti paesi verrà adottato questo modo di spiegare a qualcuno, quando dovrà scendere?
E noi siamo sicuri di conoscere la fermata giusta? Oppure scendiamo prima possibile a scanso di equivoci?
Perché andando avanti potremmo perderci e non sapere dove un'ipotetica metropolitana ci porterebbe. I turisti di tutto il mondo memorizzano di solito esclusivamente il nome della fermata dove scendere, fregandosene di tutte le altre. Forse sarebbe più semplice numerarle?
Lì dentro, soprattutto nelle ore di punta, quanta gente incontriamo? Persone di ogni età, razza, classe sociale. Ma ce ne disinteressiamo. Sopportiamo a malapena la loro vista perché inevitabile, ci concentriamo invece solo sul nostro tragitto esclusivamente funzionale allo spostamento.
Nei piccoli centri, al contrario,  ci si conosce,  per strada ci si saluta. Nelle grandi città la folla è solo un ostacolo. Nei paesini con pochi abitanti non esiste l'ansia di arrivare...sei arrivato :-). Nelle metropoli, sui mezzi di trasporto,  ci si attrezza con i-pod, pc portatili, i-phone, cellulari di ultima generazione, libri; di tutto, pur di non sentire nulla e nessuno. Tuttavia capita frequentemente di imbattersi in improvvisati musicisti che accompagnandosi con vecchi strumenti rabberciati, raccattati  probabilmente tra i rifiuti, vengono a mortificare le nostre orecchie, per poi rovinarci del tutto il viaggio con insulse richieste di denaro dopo l'irriverente esibizione. Non manca chi vuole renderci partecipi dei fatti propri esprimendosi a voce alta mentre parla al telefono. Riusciamo così a sapere cosa mangerà per pranzo, come cucinerà quel piatto, come sta la suocera, a che ora arriverà a casa il marito e se il figlio più piccolo è andato di corpo. Come potremmo vivere senza queste preziosossime acquisizioni?! Ma per lo più si cerca di mimetizzarsi, di rendersi inidentificabili e anonimi. Dove invece ci si conosce, ognuno ha una sua identità precisa, non solo manifestata col proprio nome. Spesso ci si chiama con un soprannome che dimostra "l'appartenenza" ad un ambito ristretto di persone che si frequentano abitualmente.

L'anonimato delle metropoli, comunque, è solo circostanziato alla situazione. Anche l'abitante di un piccolo centro diventerebbe "uno qualunque" di fronte a tanta gente sconosciuta. Una volta potevamo dire che ognuno aveva una sua "appartenenza". Vale a dire un gruppo di persone a cui aderiva sia pure nel modo più vario possibile. (Per approfondire vai su: http://www.centrostudimeridie.it/documenti/Saggi/identit%C3%A0_e_appartenenza.pdf
Qui da noi, nel mondo occidentale intendo, per dare una collocazione più o meno generica,  a causa di una serie di involuzioni, l' "appartenenza" ha ceduto il posto ad una sorta di "ambito". Dove ognuno, da solo,  raggiunge uno stato di discreta soddisfazione:  la propria casa, la famiglia, la musica, il suo pc. Insomma lì dove si trova meglio, a suo agio. Senza dover fare i conti con nessuno, se non con sé stesso.
Vogliamo sentirci "padroni" della nostra vita. Così non ci rendiamo conto, stupidamente, della grandezza che ci circonda, non sappiamo riconoscere più nulla che vada oltre noi. Ci sentiamo dio. Non ammettiamo l'esistenza di un essere superiore, ma quella degli extraterrestri sì   ...  hahaha..   
Crediamo di avere la vita in pugno, per poi essere puntualmente e improvvisamente smentiti in un solo istante.
Ecco perché vogliamo scendere prima possibile, per essere attaccati al terreno che ci infonde sicurezza. Aspettiamo la fermata, che dà un senso di stabilità rispetto a qualcosa in continuo movimento. Eppure il movimento è segno di cambiamento, in molti casi di miglioramento, di evoluzione. Preferiamo sempre "l'uovo oggi" piuttosto che "la gallina domani". Ma non sarebbe meglio "la gallina oggi"? Allora non fermiamoci subito. Andiamo avanti. Non questa fermata, ma forse neanche quella dopo, né quella dopo ancora. Riusciremmo ad allontanarci,  magari con quei pochi compagni di viaggio rimasti, con cui, senza aprire bocca, è nata una solidarietà spontanea. Insieme forse, saremmo disposti a ritrovare un' "appartenenza" da tempo smarrita. Con loro, non avremmo più il problema di dover scendere, ma l'emozione di andare sempre più lontano.

Asmanhala