Il
viaggio?... Solo andata, grazie
È iniziato
agosto e i fortunati che possono usufruire delle vacanze sono in viaggio o si
stanno preparando per farlo. Chi, invece, è rimasto a Roma, può solo consolarsi
osservando la città in un’altra ottica, riuscendo a notare particolari che il
traffico di tutto un anno ha sempre nascosto. A dire il vero, nelle ultime
stagioni estive, la città si è sempre meno svuotata. Ma con l’avvicinarsi del ferragosto, in alcuni momenti è
sorprendente poter vedere via Labicana, con i suoi quattro sensi di marcia,
completamente libera dalle auto con un insolito orizzonte che va dal Colosseo a
viale Manzoni; o il quasi km. 1,2 della stessa via Merulana che in un unico
sguardo può presentarsi senza ostacoli mobili da S. Maria Maggiore fino alla
basilica di San Giovanni. Così molte altre strade del centro solitamente
infrequentabili. Anche il rumore diminuisce sensibilmente (a patto che in piena
notte non si attivino allarmi ossessionanti), e almeno le nostre orecchie, se
non noi, possono concedersi un periodo di tregua.
Di
questi tempi, magari correndo di mattina presto, è facile scorgere automobili
ferme davanti a un portone, su cui vengono caricati borsoni, valigie, zaini,
buste e quant’altro. Con il malcapitato uomo/autista sempre puntualmente
incapace di posizionare in modo corretto tutti i bagagli. Pervaso, oltretutto, da
una crescente preoccupazione e incredulità nel vedere la continua e sempre più
massiccia quantità di cose da caricare che circondano l’auto nell’attesa di
essere stipate nel baule o portellone che sia. Sostanzialmente un vero e
proprio trasloco. Il clima, in questi casi, si riempie di eccitazione con
risvolti non sempre pacifici. Ma appena si chiude l’ultima portiera dell’auto
(ammesso che le valigie lo consentano), dopo aver acceso il motore, regolato accuratamente
gli specchietti retrovisori, attivato l’aria condizionata, selezionato la frequenza
radio preferita, impostato il navigatore, controllato il livello di acqua e
olio (l’auto è stata ritirata il giorno prima dal meccanico!), regolato i
sedili, sistemato lo smartphone con tanto di auricolare, verificata
l’abbondante presenza di liquido per i tergicristallo, etc. etc., ecco che finalmente
ci si muove, cercando di lasciare tutto alle spalle (a volte anche un beauty
case).
I
primi 5/10 minuti di marcia sono ancora abbastanza tesi, dedicati soprattutto
ad un promemoria su cosa, questa volta, si sia dimenticato di prendere o fare. Inizia
una specie di interrogatorio in cui si elenca un’infinità di voci simili alla
lista della spesa. Se tutto fila liscio (quasi mai), subentra un certo
rilassamento, si comincia a percepire il gusto del viaggio, il piacere di
compiere un percorso. Forse una delle più belle fasi della vacanza. Un’attesa
positiva non sempre corrispondente alla meta in alcuni casi insoddisfacente o
deludente. Anche la convivenza con chi ci è vicino non è detto risulti idilliaca.
Nel tragitto
però questo ancora non si sa, restiamo con la nostra immaginazione, mentre i
paesaggi scorrono, cambiano.
Certo,
con un altro mezzo di locomozione che non sia l’automobile, è molto diverso.
Con una quattro ruote si è liberi di muoversi (a meno di non trovarsi bloccati
per 2 ore sull’autostrada), di fermarsi, di fare uno spuntino, di guardare
intorno, di accelerare, di rallentare.
Tutto
è gestibile e con delle buone sensazioni, ma solitamente solo all’andata! È, Infatti,
decisamente diverso l’impatto mentale nel viaggio di ritorno. Vorremmo quasi non
tornare mai, se non magari come turisti. Ci piacerebbe continuare, scoprire
nuove località, persone diverse, aggiungere esperienze significative e poi
raccontarle.
Ecco,
appunto. I racconti e i discorsi nel periodo estivo si dividono in un “prima” e
in un “dopo”. Da maggio, fino all’inizio delle vacanze, il “più e il meno” è
caratterizzato dal dove si andrà, con chi si andrà, perché ci si andrà, con
cosa, a chi si lascerà il gatto, a chi è stato affidato l’innaffiamento delle
piante, etc. etc.. mostrando una tinta epidermica degna del nomignolo “viso
pallido” affibbiatoci dai nativi americani.
Dal momento
del ritorno (questa volta quasi irriconoscibili per aver assunto una
colorazione vicina al marrone-lucido da scarpe), fino a quando non sono tornati
tutti al lavoro, ci si dilunga, invece, su cosa si è visto, sulla descrizione
anche di minimi particolari del tutto insignificanti (a cui i colleghi fingono
spudoratamente di interessarsi), sugli immancabili imprevisti che hanno reso
frizzante quei giorni, per poi soffermarsi, di default, sulle esperienze
mangerecce risultanti da pranzi e/o cene in locali e ristoranti del posto.
Si
vorrebbe, insomma, sempre partire, conoscere cose nuove. Lucio Battisti in “Sì
viaggiare” cantava: “con un ritmo fluente di vita nel cuore”. Evidentemente
questo ritmo non lo abbiamo per il resto dell’anno, oppure non è fluente, o
forse non è di “vita” ma solo un mantenimento. Una specie di lievito madre che
teniamo in frigo perché altrimenti fermenterebbe troppo. Infatti le vacanze si
potrebbero paragonare al lievito quando lo riportiamo a temperatura ambiente.
Forse
è la routine che ci appesantisce? Lo stesso posto, gli stessi colleghi, le
stesse procedure da seguire? Oppure semplicemente
è il tipo di lavoro che non ci piace o soddisfa?
Le
nostre passioni e i nostri talenti sono importanti e credo non debbano essere
mai soppressi, ma coltivati, alimentati, a costo di dover far rimanere in frigo
anche loro.
Perché nel momento in cui potranno uscire, il viaggio
sarà di sola andata. “Senza che”,
scriveva il mio amico Rocco Auciello, “i sassi del tempo intralcino il torrente
che scorre”.
Max

Nessun commento:
Posta un commento