Sere fa su Rai 2 hanno trasmesso il film “Collateral” (2004) che mi ha dato lo spunto per alcune riflessioni. In particolare ha colpito la mia attenzione il breve dialogo nel taxi tra il killer Vincent (Tom Cruise) e il “complice suo malgrado”, il tassista Max (Jamie Foxx). Il primo con una visione molto cinica della vita, non più emozioni, né sentimenti, niente passioni, elementi considerati privi di senso, inutili e fugaci. Il secondo alle prese col suo taxi in un contesto a dir poco inusuale di fronte al quale è costretto ad improvvisare. Situazione interessante perché la tesi del killer pur debolmente contestata dal suo interlocutore Max, potrebbe risultare come l’estrema conseguenza di un pensiero verso cui noi stessi ci stiamo dirigendo e al quale siamo indotti. Declassando in tal modo sia la “persona”, considerata oramai povera di contenuti, sia parallelamente la vita, breve e indefinita, allontanandoci così dal concetto di ”uomo” per avvicinarci ad una figura più funzionale come quella del robot.
L’attuale crescente diffusione del relativismo, fa sì che l’attenzione venga rivolta inevitabilmente verso sé stessi. Si pensa quindi come “individui”. I comportamenti stanno cambiando vorticosamente. I rapporti tra gli esseri umani si fondano per lo più su obbiettivi materialistici, per comunicare non è necessario incontrarsi e ognuno vive il suo mondo incontestabile.
Ecco che la persona perde valore perché non ha più nulla da trasmettere, né quindi da recepire.
È uno dei motivi per cui in Italia i politici possono permettersi il libero arbitrio... governano milioni di disgregati! Chi ci dovrebbe rappresentare approfitta della propria impunità per curare in modo sfacciato i propri interessi a scapito del bene pubblico. La nostra nazione non ha mai brillato in quanto a “personalità popolare”. I pochissimi eventi degli ultimi anni capaci di mobilitare spontaneamente (senza propaganda e senza bandiere di partito dietro) centinaia di migliaia di persone di ogni categoria, religione, tifoseria, gusti musicali e quant’altro, sono stati la celebrazione del funerale di papa Woityla e il ritorno dalla Germania della nazionale di calcio campione del mondo. Celebrazioni appunto, (escludendo il G8 di Genova che meriterebbe un approfondimento a parte). Per esprimere il proprio malcontento sociale invece, i luoghi adibiti sono i bar, gli uffici e qualche mezzo di trasporto.
Non abbiamo dunque alcuna voce in capitolo? Per la TV e i media in genere, abbiamo la nostra importanza e non solo per motivi di audience; siamo infatti i destinatari di un “pensiero” che viene trasmesso in modo occulto e che in parte è responsabile delle conseguenze di cui sopra. Il tentativo è quello in corso da molti anni, manipolare le menti.
Si può tranquillamente far vedere “di tutto e di più”, nell’accezione letterale del termine, nessuno più si scandalizza. Si mettono in risalto i fatti di cronaca più scabrosi e i temi che potrebbero colpire la sensibilità di ognuno di noi, quasi sempre a scapito di notizie riguardanti guerre volutamente non pubblicizzate, genocidi e manovre economiche deprecabili.
Grande opportunismo dunque che sfrutta gli stessi argomenti fino all’ossessione per poi discuterne in dibattiti, interviste, approfondimenti, fiction, ecc. ottenendo un buon indice di ascolto. Gli interessi di cassetta sono così salvaguardati e l’attenzione dell’opinione pubblica viene magistralmente indirizzata su degli “specchietti per le allodole”.
Un altro aspetto da non sottovalutare è che qualsiasi cosa si possa vedere o sentire attraverso i mezzi di comunicazione diventa quasi legittimata ad esistere, cioè normale. Facciamo l’esempio della pedofilia; se ne parla quasi ogni giorno ed è un tema che ormai è sulla bocca di tutti, ci siamo quasi assuefatti alla convivenza con questa abominevole perversione. L’esperienza ci insegna che le strategie della comunicazione hanno interessi di potere che confluiscono con quelli economici. È allora realistico pensare che ci sia la volontà di normalizzare realtà da condannare ma da cui provengono altissimi guadagni per i potenti di turno?
Addentrandoci nella sfera televisiva spesso si giustifica la pochezza di quanto viene messo in onda con l’affermazione che i programmi trasmessi risponderebbero a ciò che la gente desidera. Un’affermazione che ha una sua logica pensando a come hanno ridotto gli utenti. Ma per chi ha “resistito”, questa è oggettivamente una tesi inaccettabile che maschera l’incapacità di saper comunicare. Solo chi non ha nulla da proporre e non ama le persone a cui si rivolge può affermarlo, oltre ad essere un concetto del tutto estraneo a qualsiasi forma di arte o di creatività in genere. La realtà è che non si vuole nulla di diverso (non parliamo di nuovo che potrebbe scatenarsi l’inferno!).
Secondo questa logica dovremmo credere che il mondo sia così come ce lo rappresentano, e anche se lo neghiamo, qualcosa penetra, è un lavorìo continuo, un lavaggio del cervello centellinato che lentamente cerca di fare breccia nella nostra testa, modificando le nostre già dubbie certezze.
Tempo fa si identificava il potere con lo stato, ora forse lo è ancora di più, essendosi inserite al suo interno delle forze occulte di tipo mafioso che prima agivano ai suoi margini. Il braccio di questo potere è la comunicazione, il suo ruolo è fondamentale, e in un paese dove il livello medio culturale non è molto elevato, le conseguenze sono disastrose.
Siamo capaci, comunque, di andare anche oltre. Per assurdo (ma neanche tanto) se per giorni si parlasse in televisione dell’efferatezza di alcuni crimini commessi da un serial killer, per alcuni, l’assassino potrebbe diventare un idolo. Potremmo poi giurarci che non ci sarebbero ragazzi disposti a chiedergli un autografo? La mia è un’inquietudine che scaturisce dall’osservare una tendenza, ciò non toglie l’apprezzamento per alcuni programmi che però rimangono eccezioni.
Ci sarebbero invece cose belle e importanti da fare, realizzandole in modo anche piacevole e divertente. Pensiamo alla musica che ascoltiamo tutti i giorni ma di cui non conosciamo quasi nulla, del pensiero, della filosofia, della scrittura. E lo sport? Sul calcio, per esempio, si fanno decine di trasmissioni settimanali in tutte le tv e radio, intere pagine scritte sui quotidiani sportivi e non, temi che vengono messi in risalto a volte ispirati semplicemente da una mezza frase sfuggita allo sfigato di turno e affrontati in maniera univoca. Ma qualcuno piuttosto ha mai fatto vedere come si calcia un pallone? Ha mai parlato della differenza tra gli scarpini degli anni ’60 e quelli di oggi? In quanti modi si può fare un dribbling? Come si allena un portiere? Ce ne sarebbero di cose che incuriosirebbero un po’ tutti e che ci piacerebbe sapere,….. e poi dicono che quello che fanno lo vogliamo noi... Sono capaci di peggiorare l’idea già abbastanza pessimistica che abbiamo della vita. Nessuno ha interesse a farci migliorare altrimenti ci accorgeremmo tutti della spazzatura che ci sovrasta e di quanta ce ne viene propinata.
Allora ha forse ragione Vincent, il killer di “Collateral”? In lui, diventato una sorta di robot, potrebbe essere identificato l’uomo portato all’esasperazione da questo tipo di realtà. Scientificamente a breve forse basterà iniettarci un DNA sintetico per farci diventare semplici esecutori di una strategia decisa da altri. Senza più anima, solo un compito da svolgere.
Giorni fa sono andato allo stadio, salendo i gradini che portano sugli spalti, come al solito, davanti a me si stagliava in basso il prato verde del campo; ho rivissuto la stessa emozione di quando lo vidi per la prima volta da bambino. Diventerò mai un robot?
Max


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